Una delle modalità in cui si esprime la vocazione di un artista – o, in altri termini, il suo stile – consiste nella particolare intelligenza con cui egli si relaziona agli strumenti della sua arte. La ripetitività, quasi tautologica, dei gesti, la familiarità che si stabilisce con determinati materiali, l’azione stessa del modellare come precisa struttura su cui si tempra la visione: sono tutti aspetti che concorrono di mano in mano a delineare un preciso orizzonte compositivo, caratterizzato dall’inseguire un’idea di assoluta neutralità – specchio di un procedere che desidera conformare la propria prassi alla “naturalità” del materiale. Tutto questo, a mio avviso, è massimamente esplicito nell’opera di Silvia Granata, in cui si dimostra il persistere dell’artista in una continuità operativa che sembra diretta a offrire all’elemento ceramico la libertà di obbedire alle sue regole interne – alle sue invisibili, perché organiche, affinità.
L’esito sono delle micro-installazioni scultoree dove la porcellana si impone al nostro sguardo come fosse dotata di una autonoma progettualità plastica, svincolata da qualsiasi intenzione plasmatrice esterna. Un effetto da ritrovarsi in tutta una serie di indizi, non da ultimo ilfatto che in questi lavori il medium ceramico, da mero supporto destinato alla decorazione, si traduce perentoriamente in elemento struttivo, con una forte messa in risalto dell’intimità che intercorre tra forma e materia – di come sia, in ultima istanza, la materia stessa a decretare la sua forma. Secondo un ductus articolato intorno a volumetrie miniaturizzate e alle loro successive concatenazioni, a evidenziarsi è proprio questo reciproco rapporto: non esiste iato tra la matrice fisica della ceramica e la sua performance operazionale, la matrice è la forma, e il processo compositivo non sarà che la risultante di una infinita parcellizzazione delle sue fisiche e chimiche potenzialità. Per architetture discensive o ascensionali, per filamenti e catene seriali, assecondando contrappesi e bilanciamenti, inseguendo in ogni caso una ritmografia lineare, priva di scarti d’intensità, la materia si organizza secondo un principio formale che traduce il suo imprinting molecolare: poliedri, prismi e nuclei orchestrati in stesure euritmiche, che si addensano secondo un legame covalente, elicoidale, algebrico. Si tratta di una sintassi espressiva che privilegia la singola sillaba più che la massa, che insiste sullo scindersi, sul progressivo distacco di ogni particolare dall’insieme, fino al suo ingresso in un assetto specificamente determinato – fino al suo inserirsi in un complesso materico e spaziale come parte inalienabile di esso.
Questa parcellizzazione, che trova ulteriore rinforzo nell’atonalità cromatica delle installazioni, è segno di una poetica visiva rastremata, delicatissima, forse equiparabile a una sorta di haiku scultoreo: la stessa sospensione del significato dell’immagine, la stessa centellinata stesura metrica, lo stesso sublime equilibrio che si consuma interamente in superficie. È così che filigranando la porcellana, sottilizzandola, riconducendola a uno spessore epidermico, del tutto privo di eco, Silvia Granata finisce per consegnarci un campione del puro sensibile della materia – e in specie di quella materia che è passata al filtro selettivo (e obiettivo) dell’emozione che è insita nella natura delle cose.
Roberta Bertozzi