Vuoti e pieni, attrazioni e repulsioni: sono decisamente innovativi gli ingredienti delle installazioni scultoree di Silvia Granata, installazioni che danno vita a cosmi inediti nel panorama ceramico internazionale. Perché sono veri e propri cosmi quelli che l’artista realizza con le sue orbite, le piogge di stelle e sistemi solari. Non è certo uno scopo mimetico quello che la anima ma il piacere di un equilibrio in cui, oltre ai singoli pezzi prodotti, hanno valore pure – se non soprattutto – i rapporti che intercorrono tra di loro. La ricerca dell’artista ha sempre indagato le dinamiche e i legami tra l’elemento singolo e l’insieme e, chissà, tra l’individuo e la collettività in un’arte che si fa quasi inavvertitamente relazionale.
Una materia di tradizione secolare quale la porcellana viene qui reinterpretata con esiti inediti: superfici leggermente scavate e corrose si alternano a composizioni in cui, moltiplicando gli elementi che ne costituiscono la trama, il lavorio delle opere è parcellizzato in singole componenti, come nei suoi 23. Prendendo spunto dal peso in grammi del materiale utilizzato, si incontra un numero primo, divisibile solo per sé stesso o, se volessimo usare un termine greco di profonda eco, un atomo. Ecco quindi raggiunta la rappresentazione dell’individualità che, nella realtà microscopica come nella sua trasposizione artistica di indagine sociale, assume però spessore e significato solo nell’interazione.
È una ricerca che fa uso di componenti volutamente limitate, in cui il cromatismo è ridotto a pochi, rarefatti toni pastello che increspano appena la superficie del bianco predominante. Ma questa semplicità non deve ingannare: è all’opposto frutto di lungo lavorio sia nella realizzazione del singolo elemento così come nella sua disposizione. E la stessa fruizione dell’opera non si esaurisce ad una prima lettura: come la pioggia o le fiamme vive, così le sue composizioni sospese e le orbite concentriche attraggono il nostro occhio in una contemplazione continua, ripetuta e, come dice il titolo di una delle sue opere, con esiti quasi ipnotici.
Sono realizzazioni, quelle di Silvia Granata, che non sono mai uguali a sé stesse: se riproposte in diverse esposizioni, gli elementi che le compongono hanno traiettorie sempre nuove, in disposizioni studiate ed adattate di volta in volta allo spazio che le ospita e alla ricerca di nuove, innumerevoli combinazioni. Ed il titolo stesso è specchio della mancanza di regole certe, fissate una volta per tutte: cosa di più significativo de L’unica certezza che ho è il dubbio. Questo stesso ci dà un’ulteriore chiave di lettura: non è il mondo né il cosmo il tema delle opere rappresentate, ma assistiamo semmai all’utilizzo delle regole del mondo o ancora meglio dell’universo per parlare di un io lirico e delle sue incertezze. Se abbiamo usato il termine relazionale nel tentativo di definire la ricerca dell’artista ora dovremo quindi aggiungere pure umanista: pur parlando di quanto ci circonda l’artista non fa altro che parlare di noi.
Domenico Iaracà