È un Cabinet de merveilles unico, personale ed intimo, quello a lungo meditato e poi finalmente allestito da Silvia Granata in occasione di Argillà Italia 2026, Festival Internazionale della ceramica. Non c’è nessun intento antiquario di ricostruzione filologica nell’articolata installazione in mostra, anche se rimane indubbiamente l’eco della prassi museologica della Wunderkammer, ovvero l’accumulo scenografico di oggetti tali da attrarre l’attenzione del visitatore di queste “stanze della meraviglie”. Qui sono soltanto accennate le tipologie di mirabilia che costituivano le Wunderkammer classiche: compaiono indubbiamente i naturalia, ovvero gli oggetti naturali inusuali; gli artificialia creati dall’ingegno e dalla maestria di abili artisti; sono pressoché assenti gli elementi della categoria scientifica, mentre occhieggiano, a fine percorso, elementi che rimandano agli exotica, oggetti di favolose culture lontane. Ma qui c’è soprattutto – saremmo quasi tentati di dire esclusivamente – una raccolta di oggetti capaci di suscitare stupore. E non parliamo di rarità estreme, tracce di animali in via di estinzione, ma piuttosto della sorpresa dell’eterno fanciullo – quello immaginato dallo scrittore italiano Pascoli – nel trovare un nido intatto tra i rami della siepe in fondo al giardino; i cristalli naturali conservati per vezzo in bottiglia di cristallo; lo stupore per manufatti di valore intravisti dietro la vetrina di un antiquario o in viaggi in paesi lontani; geodi che , una volta aperti, lasciano intravedere un mondo intero al loro interno; oppure ancora oggetti familiari, preziosi o no che siano, ma che sono legati con stupore al vissuto di ciascuno. È un lungo elenco di esemplificazioni, il nostro, che riassume appena il gran numero di oggetti – questo sì, un richiamo alla Wunderkammer – un accumulo inesausto di motivi di meraviglia.
Gli objets trouvés che fanno da stimolo all’intervento dell’artista sono un elemento catalizzatore della memoria di ciascuno. Su di questi l’artista interviene con pazienti e millimetrici interventi di porcellana tinta in pasta: sono talvolta minime scaglie a sostituire gli argenti ossidati di specchi settecenteschi, o origami che riempiono campane in vetro. Non mancano interventi che coinvolgono una scatola cinese da cucito in lacca, o più domestici tavolini da lavoro italiani dei secoli addietro. In stretto dialogo con uno spazio dagli splendidi soffitti a cassettoni, nel centro storico della città di Faenza, le sequenze dell’installazione si dispongono in una studiata alternanza di palette cromatica, tecniche ceramiche e spunti di ispirazione. Mezzi diversi utilizzati dall’artista per invitare ad una introspezione della memoria e la capacità di guardare al mondo con occhi ingenui e sempre nuovi.
Domenico Iaracà